TRATTAMENTO DEI TRIGGER POINTS: UN RIMEDIO CONTRO IL DOLORE

 

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Cosa sono i trigger point?

Il termine Trigger Point è stato coniato nel 1943 dalla dottoressa Janet Travell e si riferisce ai nodi muscolari che si formano creando dolori diffusi.

 

Trigger Point: campanello di allarme

Nella tradizione comune siamo soliti trattare il dolore muscolare a livello locale, agendo direttamente sul muscolo. Non è sbagliato l’approccio ma è incompleto. Ogni dolore è spesso la conseguenza di una serie di Trigger Point che si sono formati a livelli diversi dell’organismo. Non è importante dove si prova il dolore, piuttosto chi lo ha provocato. Si compie così una ricerca delle cause, non limitandosi a trattare il sintomo laddove si manifesta.

Il Trigger Point diventa così un campanello di allarme, una spia accesa nel nostro cruscotto che ci indica che qualcosa all’interno non sta funzionando come dovrebbe. Facciamo un esempio pratico. Una persona con tensione frequente alle spalle, può col tempo formare piccoli nodi nel tessuto muscolare, percepibili anche al tatto. La sensazione di rigidità è anch’essa un segnale. Il terapista che riscontra un Trigger Point in quella zona può agire per scioglierlo.

Spesso alcuni dolori imputati alla sciatica o alla cervicale non sono altro che la conseguenza di una serie di Trigger Point nelle fasce muscolari più o meno vicine.

 

Come si agisce sul Trigger Point?

L’approccio corretto e utilizzato è la terapia miofasciale, ovvero il lavoro di scioglimento dei nodi muscolari che sono all’origine del problema. Si compie prima una ricerca dei muscoli più deboli e si procede con la palpazione delle zone tese, anche in profondità, sotto lo strato di grasso superficiale.

Esistono differenti approcci (praticati da differenti figure professionali) per sciogliere i Trigger Point:

  • massaggiare in profondità la zona muscolare contratta;
  • effettuare una digitopressione spinta sul punto dolente fino a che il dolore non diminuisce,
  • effettuando lo stesso movimento più volte; si crea una contrazione del muscolo antagonista a quello contratto in modo da favorire il rilascio del muscolo dolente;
  • utilizzando strumenti fisioterapici appositamente creati per permettere all’operatore di penetrare in profondità nella fascia muscolare ed effettuare maggiore pressione;
  • utilizzare la laser terapia che, grazie alla fonte di calore, penetra nel tessuto sciogliendo pian piano i nodi muscolari che si sono creati
  • particare l’agopuntura su tali punti

Le aree possono variare per dimensioni, da più piccole a più grandi, e possono essere percepite sotto la superficie. Generalmente sono descritti come dei “noduli” e la sensazione descritta dalla persona è come un groviglio. Le dimensioni di un nodulo di trigger point sono rapportate in base a dimensione, forma e tipo di muscolo colpito.

La digitopressione del trigger point, solitamente evoca dolore. In alcuni casi il dolore emerge distante dal punto trigger coinvolto. Una caratteristica di molti trigger points è quella di causare dolore in aree localizzate ad una certa distanza dal punto stesso.

I trigger point miofasciali possono essere coinvolti in tutte due le tipologie di dolore: muscolare meccanico e muscolo-scheletrico. Esistono sia punti trigger attivi, che solitamente causano un dolore più acuto, sia trigger point latenti (o inattivi), che possono provocare un dolore più sordo. Generalmente, a partire da trigger point latenti, il dolore tende a cronicizzarsi.

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Un trattamento indolore?

Non proprio. La sensazione che si prova è quella contemporanea di dolore e liberazione, una strana percezione di sofferenza e benessere assieme. Volete sapere cosa esprime un paziente quando un terapista preme precisamente su un suo Trigger point?

– Ohhhhh

– Uahhhhhh

– Si quello è proprio il punto giusto! Aiaaaaaahhh…no un pò più giù aiahhhhh…si ecco proprio quello!

– Oh mio dio che male!

– Aiahhh che male ma che cos’è???

Ce ne sarebbero molte altre , ma queste sono le più significative!

DOLORE ALLA SPALLA, IMPINGEMENT: CAUSE, SINTOMI, RIMEDI

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La sindrome da impingement o conflitto subacromiale, è una sintomatologia che provoca dolore alla spalla e consiste nella compressione del tendine del muscolo sovraspinato durante il movimento di sollevamento del braccio e nella fase di ritorno alla posizione iniziale. La spalla, viene sostenuta dalla presenza di muscoli e tendini: il sovraspinoso, il sottospinato, il piccolo rotondo e il sottoscapolare. L’insieme di muscoli, tendini e struttura articolare è chiamata cuffia dei rotatori.

Ogni volta che l’arto superiore viene alzato oltre i 45° rispetto al tronco, si verifica un restringimento dello spazio fra la testa dell’omero e l’acromion, dove scorrono i tendini della cuffia dei rotatori. Quando questo avviene, si parla di sindrome da impingement che porta alla graduale degenerazione del tendine fino alla rottura e al conseguente inutilizzo del braccio. Il dolore aumenta progressivamente arrivando a compromettere i movimenti più semplici, addirittura insorgendo la notte, con il braccio a riposo.

ANATOMIA DELLA SPALLA:

La spalla è l’articolazione più complessa e più influenzabile di tutto il corpo umano: perché quest’articolazione è composta da 5 sotto-articolazioni che, attraverso il loro movimento estremamente coordinato, permettono il movimento nello spazio dell’arto superiore.

Infatti è possibile riconoscere alcune ossa importanti per la spalla che sono:

SPALLA

  • Scapola: questo osso piatto è posto dietro al torace e, se non fosse collegato con la clavicola, sarebbe sospeso ed in balia dei muscoli posteriori ed anteriori. Ha una forma triangolare e presenta alcune zone specifiche che risultano essenziali nel capire l’impingement della spalla. Nella parte posteriore la scapola infatti presenta prominente ossea chiamata spina la quale suddivide due fosse: la fossa del sovraspinoso e del sottospinoso (entrambi muscoli della cuffia dei rotatori). La spina si dirige verso l’alto e l’infuori arrivando anteriormente fino ad una prominente chiamato Acromion (parola che deriva dal greco akros che vuol dire “il più alto). La scapola quindi si articola con la clavicola proprio con l’acromion (formando l’articolazione acromion-claveare) e con l’omero attraverso la fossa glenoidea.
  • Clavicola: un osso lungo a forma di S allungata e permette il collegamento con lo scheletro assiale della scapola. Svolge un importante ruolo di guida nel movimento della spalla e spesso un alterazione di movimento delle sue articolazioni si ripercuotono a catena su tutta la spalla. Si articola inoltre con lo sterno formando l’articolazione sterno-claveare.
  • Omero: Un osso lungo dotato superiormente di una superficie “simil sferica” orientata verso l’alto, l’infuori e dentro formando un angolo di 135° rispetto all’asse verticale. Questo osso fondamentalmente rappresenta il raccordo di tutto l’arto superiore con lo scheletro, permettendo attraverso l’articolazione gleno-omerale la possibilità di muoversi nello spazio e alzare il braccio. Fornisce nelle sue tuberosità superiori l’ancoraggio per i muscoli della cuffia dei rotatori e per i muscoli che attivandosi, generano il movimento della spalla, soprattutto nei vari momenti di rotazione.
  • Sterno: osso posto al centro del petto e che fornisce l’ancoraggio anteriore delle coste e il cui manubrio, nella sua parte superiore, fornisce la struttura di supporto dell’articolazione sterno-clavicolare.

Dopo aver spiegato quali sono le ossa che sono coinvolte nel movimento è bene elencare anche quali articolazioni sono coinvolte nella spalla e che permettono il movimento:

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  • Articolazione gleno-omerale
  • Articolazione sterno-clavicolare
  • Articolazione Acromion clavicolare
  • Articolazione sottodeltoidea
  • Articolazione scapolo-toracica

Molto importante per capire il meccanismo e la cura per l’impingement della spalla è sicuramente quello della cuffia dei rotatori e del tendine del sovraspinoso: infatti questo muscolo nasce nella fossa sovraspinosa per dirigersi anteriormente verso il trochite e svolgendo una funzione molto importante nella meccanica dell’elevazione della spalla nello spazio, perché questo muscolo svolge sì un’azione di abduzione e flessione insieme al muscolo deltoide, ma soprattutto a livello biomeccanico svolge un azione di rotolamento della testa dell’omero a livello della superficie glenoidea mantenendo la congruità delle superfici articolari durante il movimento. Quest’azione è modulata dal cervello che quindi sa che l’obiettivo primario è l’evitare la lussazione (la spalla è l’articolazione più soggetta a lussazione di tutto il corpo) e quindi ha creato tutto un importante e coordinato sistema di azione muscolare affinchè questo si eviti e si possa muovere la spalla senza problemi.

CAUSE:

La causa principale della sindrome da impingement è lo squilibrio dei muscoli che sottendono ai movimenti della spalla. I soggetti più colpiti sono uomini e donne di età superiore ai 50 anni che svolgono lavori manuali e attività sportive che prevedono il sollevamento ripetuto del braccio durante il giorno. È proprio la ripetizione di determinati gesti lavorativi o atletici a provocare questo fenomeno.

Ci sono però anche altre cause che possono ridurre lo spazio acromiale e favorire la patologia:

  • avere un acromion uncinato o incurvato verso il basso che riduce lo spazio subacromiale in cui scorre il tendine del sovraspinato;
  • soffrire di tenosinovite o infiammazione ai tendini;
  • avere subito traumi;
  • soffrire di borsite alla spalla;
  • soffrire di artrosi;
  • avere la tendenza alla formazione di osteofiti.

SINTOMI:

I sintomi del conflitto subacromiale sono di diversa natura e variano a seconda della gravità della patologia. I casi di impingement possono essere di tre gradi:

  1. edema ed emorragia: quando i danni sono provocati da traumi o iperattività. Di solito ne soffrono gli sportivi di età inferiore ai 25 anni;
  2. borsiti e tendiniti: in questi casi a risentirne sono, in particolare, gli uomini dai 25 ai 40 anni;
  3. tendinosi gravi e lesioni dei tessuti tendinei: questo stadio elevato della malattia colpisce in particolare uomini e donne della fascia over 50.

In generale, è bene rivolgersi a uno specialista quando cominciano a comparire alcuni tra questi sintomi, più o meno intensi, premonitori della patologia:

  • dolore alla spalla e lungo il braccio;
  • limitazione dei movimenti e delle funzionalità dell’arto;
  • rigidità nell’esecuzione dei movimenti;
  • dolore notturno in situazione di riposo e sonno difficoltoso;
  • calore: non è raro trovare pazienti che percepiscono la spalla “calda”: questo nasce dalla reazione immunitaria presente sia a livello del liquido sinoviale sia perché c’è una sorta di attrito durante il movimento che genera calore.
  • atrofia muscolo-tendinea.
  • compensi e dolori in altri distretti: questo tipo di condizione, se non trattata adeguatamente in breve tempo, può portare ad una serie di compensi che, se non adeguatamente corretti, possono portare anche alla formazione di ulteriori dolori. Un esempio su tutti è il dolore al collo conseguente al dolore della spalla.

Anche nel caso in cui si accusino uno o più sintomi tra quelli elencati, per emettere una diagnosi certa di sindrome da impingement, è utile eseguire alcuni esami, quali il test di Neer, il test di Yocum e il test di Jobe. In seguito, potrà essere necessaria anche una risonanza magnetica, una TAC o un’ecografia al fine di valutare la gravità della situazione.

CURA:

La sindrome del conflitto subacromiale (o impingement della spalla) è una delle condizioni più frequenti tra gli specialisti di spalla.

In prima istanza il trattamento migliore per chi soffre di problemi alla spalla con tendiniti del muscolo sovraspinoso è quello conservativo attraverso terapia che può essere svolta nel seguente ordine:

  1. Di tipo antalgico: rivolta al dolore ed allo stato infiammatorio (e flogosi). Attraverso principalmente strumenti e macchinari, solitamente i più efficaci sono la tecar terapia ed il laser yag.Virna-35
  2. Approccio manuale: con mobilizzazioni dolci di tipo articolare, tecniche osteopatiche rieducative per riportare il distretto gleno-omerale a lavorare in maniera corretta (es: scollamento di scapola, stretching e sblocco del muscolo piccolo pettorale e gran dorsale…)
  3. Kinesiotaping: per permettere di mantenere il lavoro svolto durante la sessione riabilitativa e permettere una miglior gestione del dolore e della motilità.
  4. Esercizi di riequilibrio e rinforzo muscolare: da eseguire solo in ultima fase, ossia quando il forte dolore e l’infiammazione sono praticamente scomparsi ed è migliorata la mobilità articolare.

VEDI VIDEO GUIDATO: https://youtu.be/tK0DeAhEieE

CHIRURGIA:

Un altro tipo di approccio inoltre è quello chirurgico che viene fatto dal medico ortopedico e consiste nel cercare di aumentare lo spazio entro cui passa il tendine: questo viene eseguito o attraverso una tecnica di resezione o smussamento dell’Acromion (la cui tecnica è chiamata Acromion-plastica) accompagnato o meno da una resezione anche dalla borsa sierosa all’interno dello spazio subacromiale. Questo tipo di approccio chirurgico viene suggerito inoltre anche in quei casi in cui il tendine, ormai completamente logorato, si è sfibrato e staccato dalla sua inserzione sull’omero e, se questo non viene rinsaldato con degli specifici ancoraggi, rischia di compromettere la funzionalità della spalla. Questo tipo di approccio logicamente varia da caso a caso ma, in linea generale, viene suggerito da parte dei medici ortopedici di eseguire un primo approccio conservativo per poi passare, in caso di insuccesso, alla via chirurgica.

ALLUCE VALGO

 

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L’alluce valgo è una deformità della parte anteriore del piede conseguenza di una deviazione del primo dito (alluce) verso le altre dita del piede. Questo spostamento causa un tipico rigonfiamento laterale a livello della testa del primo metatarso. L’angolo tra il metatarso dell’alluce e quello del secondo dito si modifica progressivamente, con spostamento della base dell’alluce verso l’esterno. Nel corso degli anni si possono instaurare anche deformità delle altre dita e forti dolori al piede (metatarsalgie).

CAUSE

Chiunque può essere affetto da alluce valgo, ma solitamente è più comune nel sesso femminile. Il disturbo tende a comparire, con maggiore incidenza, in età matura o senile.

Le cause dell’alluce valgo possono essere:

Congenite: le persone che presentano alterazioni del piede presenti dalla nascita (esempio: piedi piatti) hanno più probabilità di sviluppare l’alluce valgo nell’età dell’accrescimento. Esisterebbero, inoltre, alcuni fattori predisponenti connessi ad un’anamnesi familiare positiva (ereditarietà), soprattutto nei casi di alluce valgo giovanile.

Acquisite o secondarie: per le forme rachitiche, traumatiche, infiammatorie ecc. la responsabilità può essere attribuita soprattutto a modelli di calzatura inadeguati alla fisiologia del piede, come ad esempio scarpe con punta stretta, troppo piccole o col tacco alto. Le scarpe che non si adattano adeguatamente costringono l’alluce in una posizione non naturale e non assecondano la corretta pronazione del piede. Anche alcune patologie, come l’artrite reumatoide e la gotta, possono essere responsabili dell’insorgenza dell’alluce valgo. Diverse altre condizioni rendono vulnerabili allo sviluppo del disturbo, come la lunghezza del primo metatarso, l’ipermobilità dell’articolazione metatarsale, il basso tono muscolare, alcune malattie neuromuscolari e del tessuto connettivo (come la sindrome di Marfan) o durante la gravidanza a seguito della produzione di un ormone (la relaxina) che contribuisce a rendere più elastici i tessuti ed i legamenti.

SINTOMI

La progressiva modificazione dell’angolazione dell’alluce può provocare diversi disturbi:

  • nelle forme iniziali si infiamma il 1° metatarso e si instaura un tipico rigonfiamento sul lato interno del piede, la cosiddetta “cipolla” (testa del metatarso), che può arrossarsi e gonfiarsi creando una borsite. Il paziente avverte dolore, soprattutto in seguito allo sfregamento con le scarpe, ma anche a riposo. A livello della protuberanza ossea sul bordo esterno del piede, la cute presenta arrossamento o ipercheratosi (ispessimento dello strato epiteliale della cute).
  • Nelle forme avanzate la deviazione dell’alluce diventa sempre più marcata e ne risentono anche le altre dita del piede. Dal calcagno e dalle teste di 1° e 5° metatarso il carico si trasferisce su 2°, 3° e 4° metatarso provocando dolore (metatarsalgie) e ulteriori deformità (dita a martello), con anche difficoltà a camminare (a causa del dolore).

 

POSSIBILI CONSEGUENZE POSTURALI:

A seguito dello stato doloroso e dell’infiammazione cronica locale, si possono creare degli squilibri di carico, soprattutto in fase di deambulazione (perché durante il passo l’alluce è sfruttato per spingere in avanti e bilanciare) e con il tempo il disturbo può evolvere in una vera e propria sindrome posturale creando:

  • Tendenza al ginocchio valgo, con dolore della faccetta rotulea interna del ginocchio;
  • Rigidità delle anche;
  • Accentuazione della curva lombare, associata a lombalgia cronica.

 

COME PREVENIRE o CONTENERE IL PROBLEMA?

Impacchi di ghiaccio: l’applicazione di un impacco di ghiaccio più volte al giorno sulla zona interessata può fornire sollievo dal dolore ed aiuta a ridurre l’infiammazione.

Indossa calzature adeguate:

La causa più frequente dallucevalgotacchiell’insorgere dell’alluce valgo è spesso l’utilizzo di calzature non adatte (scarpe a punta e con tacchi alti), perché quando il piede nudo è appoggiato al suolo il carico è diviso per il 55% sul tallone e per il 45% sulle dita; con un tacco di 2 cm il carico si equilibra al 50% tra tallone e dita, ma con un tacco di 9 cm il carico grava per l’80% sull’avampiede per il 20% sul tallone. E quando la calzatura con tacco alto ha anche la punta stretta, l’alluce e il 5° dito vengono spinti verso il centro del piede, cioè in una posizione «in valgo» per l’alluce. La scarpa migliore da indossare, quindi, deve riprendere la forma naturale dell’arco plantare, fornendo sostegno, protezione dagli urti e contenimento del piede (scarpa da ginnastica o mocassino).

Plantari: sono dispositivi collocati dentro le scarpe, che aiutano a riallineare le ossa del piede e per questo, è importante che si adattino correttamente. Il plantare consente di evitare un sovraccarico della parte anteriore del piede e aiuta a minimizzare la sintomatologia dolorosa. Sono disponibili anche distanziali per evitare l’attrito tra le dita, cuscinetti adesivi e speciali stecche per la correzione dell’articolazione e per raddrizzare l’allineamento dell’alluce.

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Ortesi su misura: in alcuni casi, possono essere consigliate ortesi personalizzate per supportare il piede e la caviglia.

Esegui esercizi attivi ogni giorno: vedi video illustrativo!

Trattamenti fisioterapici: possono contribuire a ridurre i sintomi, solitamente si eseguono terapie “antalgiche” contro il dolore e l’infiammazione (laser terapia o ultrasuoni).

POSTURA CORRETTA IN AUTO: PRINCIPI DI ERGONOMIA E COMFORT.

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Molti guidatori non assumono la giusta posizione durante la guida, cosa che può significativamente ridurre il loro livello di comfort e di controllo dell’auto. Una buona posizione di guida può infatti aiutare a prevenire gli incidenti, aumentare la sicurezza del conducente in caso di sinistro e migliorare il comfort di guida. Scopri qui di seguito come migliorare il tuo comfort alla guida!

postura in auto

1. POSIZIONATI CORRETTAMENTE SUL SEDILE: assicurati di essere ben dritto e che il tuo fondoschiena e la schiena siano a 90° e completamente avvolti dal sedile. Questo ti aiuterà ad evitare problemi alla schiena e a mantenere gli occhi aperti durante un lungo viaggio.

2. REGOLA LA DISTANZA DEL SEDILE: il sedile dovrebbe sempre essere posizionato usando i pedali come riferimento. Premi a fondo il pedale del freno con il piede destro e fai la stessa cosa con il pedale della frizione. La distanza va regolata in modo tale che con i pedali completamente schiacciati, le tue ginocchia restino leggermente piegate (circa 120°). Se le ginocchia non sono abbastanza piegate, sei troppo lontano dal volante. Invece, se sono piegate quasi a 90°, sei troppo vicino. Un ginocchio troppo piegato, ad un angolo di circa 100°, non riesce a sostenere efficacemente il corpo e non permette una corretta circolazione del sangue.

3. REGOLA LO SCHIENALE DEL SEDILE: dovrebbe essere il più parallelo possibile allo sterzo. Non si può raggiungere una posizione perfetta perché tenendo lo schienale troppo dritto aumenteresti la pressione sulla parte bassa della colonna vertebrale, mettendo lo sterzo troppo in alto. Regolalo quindi a circa 95-110°.

4. REGOLA L’ALTEZZA DEL VOLANTE: se regolabile, dovrebbe essere regolata assieme all’altezza, in modo da avere il volante il più parallelo possibile allo schienale del sedile. Tenendo ben saldo il volante dovremmo avere i gomiti piegati a circa 120°. Dovrebbero esserci almeno 30 cm tra il centro del volante e il nostro sterno. In ogni caso questa distanza non deve superare i 45 cm.

5. REGOLA L’ALTEZZA DEL SEDILE: dovremmo essere in grado di vedere bene in avanti mentre riusciamo comunque a vedere la strumentazione e di avere una giusta altezza rispetto allo sterzo e ai pedali. Nella maggior parte delle auto, raggiungiamo questa posizione tenendo la testa a 5 dita di distanza dalla capote dell’auto. Nelle auto con una capote molto alta, regolati in modo che i tuoi occhi siano appena sopra il centro del parabrezza, senza che lo specchietto retrovisore ti ostruisca la visuale. Dopo aver cambiato l’altezza del sedile, ricontrolla la posizione dei piedi sui pedali per assicurarti che il cambio di altezza non l’abbia modificata.

6. REGOLA IL POGGIATESTA: porta il poggiatesta poco più in alto rispetto alle tue sopracciglia e il più vicino possibile alla testa (2-3 cm). Un poggiatesta più lontano di 7 cm aumenta il rischio di colpi di frusta. Tieni presente che mentre guidiamo la nostra testa si flette leggermente in avanti.

7. ULTERIORI ACCORTEZZE E SUPPORTI CHE PUOI UTILIZZARE:

  • Scendi dall’auto ogni ora e mezza di guida. Fai una pausa con una camminata ed un po’ di stretching nell’area di sosta. Ti aiuterà molto a prevenire dolori, contratture muscolari e stasi circolatoria date dalla staticità della posizione.

VEDI VIDEO DIMOSTRATIVO:

 

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Mal di schiena e male alle gambe sono i due disturbi più comuni di chi passa molte ore alla guida.

Una recente indagine Doxa* ha evidenziato che in una settimana ogni italiano passa almeno 4,6 ore al volante. Se poi si considera solo chi usa l’auto per andare al lavoro, il dato risulta ancora superiore, pari a 6,9 ore settimanali (che sono circa 1 ora e 20 minuti al giorno nei giorni feriali).

Quali possono essere le cause del mal di schiena?

Solitamente il problema principale è la sedentarietà associata ad una mancata prevenzione. E’ necessaria prima di tutto un’adeguata preparazione delle pareti addominali e paravertebrali, che sostengono come dovrebbero la colonna quando siamo obbligati a rimanere fermi in una postura anomala. In auto la colonna solitamente non è ben in estensione e quindi, il carico posturale non risulta ben compensato.

A lungo andare tutto questo può causare oltre che dolori tipicamente muscolari anche problemi ai dischi (i cuscinetti posti tra le vertebre con funzione ammortizzante) consumandoli. E come conseguenza posturale può anche capitare che dal male di schiena si passi al male al collo.

E le cause di male alle gambe?

Le gambe si trovano in una posizione coatta durante la guida e il movimento è sempre lo stesso, ripetitivo, questa stasi prolungata influisce in primis sul ritorno della circolazione ematica, rallentandola e causando stasi (i sintomi più comuni sono gonfiore, formicolii e crampi). Si mettono in atto, poi, alcuni meccanismi per cui certi nervi possono rimanere “intrappolati” a causa della posizione protratta, dando origine a sensazioni fastidiose che chiamiamo “disetesie” (irritazione nervosa che può esprimersi da un lieve formicolio ad un dolore invalidante).

Come puoi quindi prevenire tali disturbi?

  • Svolgi attività fisica regolare rapportata all’età
  • Svolgi esercizi specifici di rieducazione posturale mirati al rinforzo del tronco e addominali, sotto guida di un esperto.

VEDI VIDEO:

  • Se sei già in fase dolente contatta il tuo osteopata di fiducia (a volte non si può fare tutto da soli, serve un aiuto)
  • E’ fondamentale l’ergonomia in auto: tramite regolazione corretta del sedile e del volante.
  • Puoi aiutarti con supporti per migliorare la postura in auto come:

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SPONDILOLISTESI: CAUSE, SINTOMI E RIMEDI

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La spondilolistesi è una patologia a carico della colonna lombare  oppure cervicale, che consiste in uno scivolamento anteriore di una vertebra rispetto alla vertebra superiore, a causa della rottura traumatica o congenita di uno o più istmi vertebrali.

La rottura di uno o più istmi vertebrali viene chiamata spondilolisi, e ciò comporta una spondilolistesi e ad essere colpite possono essere generalmente una delle cinque vertebre lombari, anche se tale patologia è maggiormente frequente tra le ultime quindi L3, L4, L5.

Come detto non è esclusa la possibilità che possano essere colpite le vertebre cervicali sopratutto C3,C4, C5, C6.

Lo scivolamento di una vertebra è una casualità che in molti soggetti risulta essere asintomatica, e spesso si scopre casualmente questo reperto facendo una lastra, magari per un altra patologia come per dolori alle anche con necessità di essere sottoposti ad intervento di protesi di anca. spondilolistesi-istmica

Generalmente lo scivolamento di una vertebra legato a questa patologia può avvenire in 3 direzioni (nei referti di una lastra rx si leggono spesso termini non facili da comprendere):

 

  • Scivolamento anteriore: si tratta della situazione più frequente e la direzione è chiamata tecnicamente Anterolistesi 
  • Scivolamento Posteriore: meno frequente, e consiste in uno scivolamento posteriore e prende il nome di Retrolistesi
  • Scivolamento laterale: Condizione rara, e consiste in uno scivolamento laterale (destra o sinistra) rispetto la vertebra soprastante e prende il nome di Laterolistesi

CAUSE:

  • Cause congenite: Rappresentano probabilmente l’80% dei casi. Il soggetto/a nasce con un istmo non unito, e man mano che si procede con l’avanzare dell’età, compaiono i sintomi, e si scopre dello scivolamento della vertebra
  • Cause Traumatiche: Molto spesso, in età giovanile si subiscono dei traumi (tuffi, cadute..sport) che non provocano dei lori tali da necessitare di ulteriori esami diagnostici, per cui ad un anamnesi, il paziente riferisce che tanti anni prima ha subito un trauma, ma in quel momento non ha avuto sintomi.  Talvolta invece un trauma importante determina un forte dolore e si scopre che vi è stata una frattura di uno o di entrambi gli istmi vertebrali. Anche alcuni lavori particolarmente gravosi per la colonna vertebrale possono determinare l’insorgenza della patologia…Basti pensare a chi è abituato a sollevare pesi come nei traslochi
  • Degenerazione dovuta all’età: In una piccola percentuale di persone anziane si può verificare una frattura con conseguente scivolamento, ma nella maggior parte dei casi, tale lesione è antecedente alla scoperta
  • Artrite Reumatoide: Malattia reumatica per eccellenza e casistica, può determinare un indebolimento delle strutture vertebrali
  • Tumori ossei: Evenienza rara, ma da non escludere sono certamente i tumori delle ossa sia primari, che metastasi
  • Chirurgia: Come esito di un altro intervento, magari di una vertebra adiacente, possono verificarsi delle condizioni tali che determinano una serie di forze tali da modificare la struttura di ossa e legamenti, tanto da determinare lo scivolamento classico della spondilolistesi.

SINTOMI:

sintomi della spondilolistesi e della spondilolisi possono essere variegati, oltre a modificarsi nel corso degli anni. Come accennato nei paragrafi sopra, circa l’80% dei pazienti affetti da questa patologia nasce con la non fusione degli istmi vertebrali, e scopre spesso in maniera fortuita di essere affetto da questa condizione patologica.

Da giovani, e in età puberale spesso accusano dei dolori lombari o dolori cervicali a intermittenza, sopratutto dopo attività fisica intensa. Col passare degli anni i dolori lombari o cervicali diventano sempre più frequenti con fasi dolorose molto più lunghe e intense tanto da richiedere la consulenza di un medico che a quel punto tramite una banale lastra Rx scoprirà la patologia.

Tra i sintomi gravi più frequenti troviamo:

  • Sciatica
  • Cervicobrachialgia
  • Dolorabilità localizzata
  • Dolore ai glutei
  • Dolore e debolezza alle gambe
  • Cruralgia
  • Tensione muscolare
  • Rigidità muscolare
  • Diminuzione del movimento lombare o cervicale
  • Crampi alle gambe

Spesso il paziente affetto da anterolistesi nota che il dolore aumenta durante l’estensione della colonna (aumento della spinta in avanti), e diminuisce con la flessione (Diminuzione della spinta in avanti).

CURA:

1) La prima cura per questa patologia è certamente l’astenersi da lavori e carichi pesanti che possono peggiorare la patologia, oltre a creare un sovraccarico importante sulla colonna lombare. Sono Assolutamente da evitare sport estremi che possano provocare dei traumi occasionali o ripetuti sulla colonna.

2) Se i dolori sono persistenti, frequenti, e con il passare del tempo aumentano come intensità, sarà opportuno un consulto medico e cercare di capire il motivo di un dolore alla colonna lombare o cervicale.

Molti pensano erroneamente che al giorno d’oggi con dei farmaci si possa curare tutto…Purtroppo non è così, e anzi, l’uso di antinfiammatori può essere molto pericoloso per i danni che possono procurare sopratutto se protratto l’uso nel tempo.

I farmaci vanno intesi esclusivamente nelle condizioni acute, per tenere sotto controllo il dolore,aiutando a “Sbloccare” la situazione e protratta per un periodo non superiore ad una settimana. Se i sintomi persistono, è bene affrontare il problema da un punto di vista fisioterapico.

3) In fase acuta può essere di aiuto il supporto di un piccolo corsetto o busto lombare che ha lo scopo di sostenere la muscolatura, sopratutto in alcune ore della giornata, oppure durante alcune faccende domestiche. Va inteso come un aiuto a “Rompere” la spirale del dolore, e allentare la contrattura muscolare dando un aiuto. Non va usato tutto il giorno, in quanto si potrebbe ottenere un effetto contrario con indebolimento della muscolatura che si abitua al corsetto. Nel caso in cui la struttura fisica del paziente sia normale, si può considerare l’acquisto di un corsetto come questo:

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4) Esercizi specifici molto mirati: VEDI VIDEO specifico per ANTEROLISTESI

 

 

EPICONDILITE: CAUSE, SINTOMI E RIMEDI.

epicondilite

Epicondilite è il termine generico utilizzato per indicare una sindrome dolorosa che colpisce l’area del gomito.
A causa dell’alta incidenza nel tennis, l’epicondilite viene soprannominata anche “gomito del tennista”.
Consiste nell’infiammazione dolorosa dei tendini e/o dei muscoli estensori dell’avambraccio sull’epicondilo laterale (in prossimità dell’inserzione, definita anche tendinopatia inserzionale).

Viene provocata dal sovraccarico funzionale, ovvero da un uso eccessivo e continuato dell’articolazione.

Esiste una predisposizione individuale ma, in seguito ad atteggiamenti scorretti, chiunque potrebbe sviluppare un’epicondilite.

  • Gli sport più implicati sono: tennis, base ball, golf, scherma, badminton, squash, lancio del giavellotto o del disco ecc.
  • I lavori più interessati sono: idraulico, muratore, giardiniere, carpentiere, macellaio, cuoco, falegname, sarto, pittore, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.
  • Altre attività colpite sono: suonare, giardinaggio (potare le piante) ecc.

L’epicondilite riguarda soprattutto una fascia di età compresa tra 30 e 50 anni.
Inizialmente sintomatologica solo durante il movimento dei tendini infiammati, se grave l’epicondilite può peggiorare fino a determinare un quadro doloroso anche a riposo.

COME SI CURA UNA EPICONDILITE?

1) Generalmente questa patologia, è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( Al primo dolore, si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico).

2) Se persiste la sintomatologia dolorosa, va presa in esame il trattamento di fisioterapia (tecarterapia o laser) per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.

3) Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.

4) Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenete sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).

5) Si può provare a trattare la zona con impacchi serali di crema antinfiammatoria (Voltaren, dicloreum, ecc ecc o creme naturali come arnica). Si mette una quantità di crema senza massaggiarla, e ricoprendo la zona con pellicola trasparente per cibi, e si lascia tutta la notte. Il calore e la non traspirazione aumentano la porosità della pelle, che permette una penetrazione maggiore del farmaco. Non protrarre questa pratica per più di 1 settimana, e interrompere immediatamente in presenza di arrossamenti, o screpolature della pelle.

6) Durante la giornata, soprattutto lavorativa, è possibile migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. La funzionalità di questo tutore è estremamente utile e ti permette di eseguire i movimenti con molto meno dolore.

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7) Trattamento manuale specifico da parte di un professionista (osteopata o fisioterapista) ed esercizi di stretching specifico da eseguire ogni giorno (VEDI VIDEO):

8) Se nonostante tutto questo, ancora dopo mesi il dolore persistesse, si opta per procedere con infiltrazioni locali eseguite da parte del medico specialista.

QUANTO POSSIAMO “STRAPAZZARE” IL NOSTRO CORPO?

 

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FREDDO: alle basse temperature (-30, -40 °C) una parte del corpo umano può congelare anche in un minuto; se adeguatamente coperto, però, il corpo può sopportare fino a -80 °C (come succede in Antartide). La temperatura normale di un corpo è di 37 °C, se scende sotto i 28 °C la persona perde i sensi, se cala ulteriormente sopraggiunge la morte.

CALDO: all’estremo opposto, invece, un essere umano può sopravvivere anche a 70 °C (come in certi deserti), purché l’aria sia secca, ci sia vento e sia possibile bere acqua in quantità sufficiente a compensare i liquidi persi con la sudorazione.

FAME: un uomo normale (1,80 m per 80 Kg) e sano può resistere anche un mese senza toccare cibo.

SETE: se il clima è molto umido si può resistere senza bere anche per tre giorni, se è molto secco, meno di un giorno. Di norma si calcola di poter resistere senza danni due giorni; dopo insorgono problemi fisici e dopo 15 sopravviene la morte perché la disidratazione impedisce alle cellule di funzionare. Il record conosciuto di persona sopravvissuta senza bere è di 18 giorni: lo ha stabilito un austriaco dimenticato in cella.

PESO: la persona più pesante nella storia della medicina è stato Jon Brower Minnoch, alto 1,85 metri e arrivato a pesare 635 Kg.

LONGEVITA’: L’essere umano più longevo di cui siano state accertate con sicurezza sia la data di nascita che quella di morte, è stata la signora Jeanne Louise Calmet (123 anni).

VELOCITA’: la velocità più alta raggiunta da un uomo è di 39.897 Km/h. Il primato appartiene all’equipaggio dell’Apollo 10 durante il rientro verso la Terra nel maggio 1969.

COME DORMIRE MEGLIO E RIDURRE I DOLORI GRAZIE ALL’USO STRATEGICO DEI CUSCINI

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A volte capita che qualche dolore ci impedisca di prendere sonno, non si sa quale posizione assumere per riposare correttamente. Risultato: meno ore di sonno, risveglio faticoso, cattivo umore e stanchezza che perdura durante l’arco della giornata.

Ti svelo qualche consiglio strategico per trovare la posizione corretta e meno dolorosa possibile a seconda del problema!

DOLORE ALLA SPALLA: le posizioni assolutamente da evitare sono dormire sul fianco dal lato del dolore e/o col braccio verso l’alto (soprattutto a pancia in giù). Piuttosto cerca di dormire sul fianco “sano” abbracciando un cuscino con il braccio della spalla dolorosa. La posizione ideale in assoluto è dormire supini sempre però abbracciando un cuscino col braccio della spalla dolente.

MAL DI SCHIENA: la posizione che solitamente peggiora il dolore è dormire a pancia in giù, se però è la tua posizione preferita alla quale non riesci a rinunciare, puoi fare il tentativo di mettere un cuscino sotto la pancia. Altrimenti l’ideale è dormire supini con uno o due cuscini sotto le gambe. O su un fianco ma con un cuscino tra le ginocchia.

CERVICALE: ricorda che un cuscino andrebbe cambiato circa ogni due anni. Ad ogni modo, per quanto riguarda la cervicale, un mito da sfatare è che non esiste il cuscino per la cervicale che vada bene per tutti! Perché ogni forma del tratto Tre-posture-tipo-AeRcervicale varia da persona a persona. Per cui chi ha una notevole lordosi cervicale (a volte accompagnata da cifosi dorsale) avrà bisogno di dormire su un cuscino più alto onde evitare di ribaltare la testa troppo indietro). Viceversa chi ha un tratto cervicale quasi rettilinizzato prediligerà un cuscino basso. 

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cuscino cilindrico per cervicale rettilinizzata

Un valido aiuto per le cervicali molto dritte (rettilinizzate) è cercare di dormire con un cuscino cilindrico proprio sotto la curva (in modo da ricrearla passivamente). Addirittura chi ha subito un trauma da tamponamento stradale (colpo di frusta) nelle prime settimane dall’incidente, dove ancora tutti i muscoli cervicali sono in spasmo (con rettilinizzazione di curva) tenderà a dormire totalmente senza cuscino. Se sei in questa situazione non cercare di dormire col rotolino sotto al collo, ma aspetta che passi la fase acuta, facendo le dovute terapie da un’esperto.

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indicazioni generali

DOLORE ALL’ANCA o NERVO SCIATICO INFIAMMATO: dormi sul fianco sano e con uno o due cuscini tra le ginocchia. Altrimenti supino con due cuscini sotto le gambe.

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REFLUSSO GASTRICO: il reflusso è un problema che affligge molte persone a che peggiora quando si sta sdraiati. In questo caso è bene dormire supini con la schiena rialzata, altrimenti prediligere il lato sinistro ma sempre con sotto un cuscino più alto (o due cuscini insieme).

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LOMBOSCIATALGIA: SINTOMI, CAUSE E RIMEDI

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La lombosciatalgia colpisce la bassa schiena con un dolore che può irradiarsi anche lungo un arto e arrivare al piede.

Detta anche radicolopatia lombare ma molto più comunemente definita “sciatica”, la lombosciatalgia è una condizione a carico della parte bassa della schiena e degli arti inferiori. Si tratta di una infiammazione che può essere anche molto dolorosa e costringere al riposo per alcuni giorni.

Scopri le cause che possono provocarla.

CAUSE:

La causa primaria di lombosciatalgia è l’infiammazione del nervo sciatico dovuta ad una compressione o ad un’irritazione che si è sviluppata in quella zona.

Ricordo che il nervo sciatico è il nervo più lungo e grande di tutto il nostro corpo, l’origine è nella bassa schiena e il termine sul piede. Ecco perché una condizione di sciatica si riconosce facilmente proprio dal dolore, che non si limita ad essere localizzato nella bassa schiena, ma si irradia in basso nella gamba e in alcuni casi può arrivare appunto fino al piede. sciatica2

L’irritazione o infiammazione del nervo sciatico può essere originata da diverse situazioni quali:

  • Ernia del disco
  • Discopatia nella zona lombare o sacrale
  • Sindrome del piriforme e da altre problematiche a carico di questa zona muscolo scheletrica

Fattori di rischio sono invece:

  • Sovrappeso e obesità
  • Sedentarietà
  • Lavori pesanti
  • Gravidanza
  • Diabete
  • Artrite
  • Traumi

SINTOMI:

La lombosciatalgia si caratterizza soprattutto per il dolore che dalla bassa schiena passa al gluteo e tende a scendere verso tutto il percorso che compie il nervo sciatico, in alcuni casi dunque si può percepire fino al piede. Il dolore in genere peggiora se si fanno sforzi e compare solo da un lato del corpo.

  • Dolore alla bassa schiena (spesso si avverte un vero e proprio blocco dietro la schiena legato alla contrattura muscolare, che volgarmente viene chiamato colpo della strega)
  • Dolore sul gluteo (si avverte una pressione al centro della natica, con dolore, che alla palpazione è molto forte)
  • Dolore e irradiazione tipo scossa lungo la coscia lateralmente come un filo (in passato veniva fatto riferimento alla banda rossa dei carabinieri)
  • Dolore che si irradia ulteriormente in basso fino al piede, e in base al ramo, può essere percepito lateralmente alla gamba fino sotto al piede
  • Sensazione di calore lungo il decorso del nervo
  • Formicolio
  • Perdita di sensibilità
  • Scosse all’interno della gamba
  • Debolezza muscolare
  • Blocchi muscolari

RIMEDI:

Tenete presente che per risolvere il problema della lombosciatalgia è necessario andare ad individuare la causa scatenante agendo poi su di essa anche con rimedi naturali, se possibile, con tecniche di manipolazione ad opera di specialisti o con esercizi da eseguire a casa.

Sarà necessario quindi un consulto con un medico specialista (neurochirurgo oppure ortopedico), oppure un terapista esperto.

Normalmente io procedo con l’anamnesi, e una normale valutazione posturale, per indagare posture scorrette, antalgiche, e valutare clinicamente i sintomi che accusa il paziente, nonché poi test specifici a livello del rachide ed arti inferiori.

Spesso è comunque necessario eseguire alcuni esami specifici, quali Risonanza Magnetica, Raggi X o Elettromiografia.

  • Se molto infiammate ed in fase acuta all’inizio saranno probabilmente necessari anche antinfiammatori.
  • Trattamento osteopatico: si rivela molto utile in molti casi, previa valutazione iniziale, perché l’obiettivo è ridurre la pressione sul nervo, migliorare la mobilità articolare della colonna vertebrale, allentare le tensioni muscolari di tutta l’area infiammata e riallineare la postura.
  • Ginnastica posturale: fondamentale per mantenere i benefici ricevuti post trattamento, da eseguire in fase sub-acuta.
  • Controllare il peso corporeo
  • Evitare movimenti scorretti come sollevare oggetti troppo pesanti. Per sollevare oggetti da terra non piegare la schiena, divaricare e piegare le gambe.
  • Educazione posturale:
  1. evitare di mantenere la stessa posizione a lungo.
  2. in posizione seduta utilizzare sedie di altezza adeguata per la propria statura, utilizzare un sostegno lombare, appoggiare i gomiti sui braccioli (vedi anche articolo sulle posture in ufficio)
  3. alla guida dell’auto la distanza del sedile dai pedali deve consentire alla tronco di appoggiarsi allo schienale e mantenere le ginocchia leggermente flesse. Può inoltre essere utile l’utilizzo di un cuscino lombare
  4. per chi sta in piedi a lungo è bene cambiare frequentemente posizione.

Vedi anche articolo sulla prevenzione del mal di schiena.