AUTOMASSAGGIO ARTI INFERIORI CON FOAM ROLLER

AUTOMASSAGGIO AI

Il foam roller è un tubo di plastica di dimensioni e diametro variabile, ricoperto di spugna sagomata con sporgenze.

UTILITA’:

  • Come riscaldamento pre allenamento, però in questo caso va usato a bassa intensità (massaggio blando e non troppo profondo)
  • Per smaltire acido lattico post allenamento, riducendo i tempi di recupero
  • Per migliorare le prestazioni sportive
  • Allentare le tensioni fasciali e ridurre gli spasmi muscolari e le contratture
  • Drenaggio dei liquidi
  • Sollievo dal mal di schiena, soprattutto lombare

L’esercizio, ricordatelo, dovrà interessare solo la muscolatura e mai le articolazioni e andrà ripetuto in maniera dolce, come se fosse un vero e proprio massaggio.

I movimenti del corpo sul foam roller dovrebbero essere più lenti possibile, in modo tale da intervenire su ogni muscolo e permettere all’utilizzatore di individuare quali sono i punti che risultano particolarmente rigidi. Puoi soffermarti un po’ di più sui punti in cui avverti più dolore e rigidità.

La pressione su ogni singolo punto del corpo, comunque, non dovrebbe mai superare i 20 secondi, in modo da non provocare stati infiammatori che potrebbero peggiorare le contratture muscolari.

Prima è bene incrementare la circolazione del sangue con 5’ di attività motoria come corsa blanda, camminata o blandi esercizi a corpo libero.

AVVERTENZE:

  • Mai soffermarsi con il rullo sulle articolazioni;
  • Mai utilizzarlo quando sono in corso dei processi infiammatori, o in presenza di situazioni vascolari problematiche.
  • Mai utilizzarlo su strappi o lesioni muscolari.

POSIZIONE 1

Esercizio con il foam roller per la bandelletta ileo-tibiale o muscolo tensore della ascia lata:

Probabilmente in molti non sanno nemmeno di avere la bandelletta ileo-tibiale ma quando sentono dire “ginocchio del corridore” capiscono al volo di cosa si tratta: quel dolore, dovuto a infiammazione, che colpisce appunto la zona ileotibiale, che è l’ultimo segmento della fascia femorale (detta anche fascia lata), che riveste i muscoli superficiali della coscia. La sindrome della bandelletta ileo-tibiale è una tendinite tipica di chi pratica sport di durata come maratoneti, mezzofondisti, trail-runner e ciclisti. C’è un esercizio con il foam roller anche per la bandelletta ileo-tibiale: ci si adagia a terra sul fanco, si posiziona il rullo in prossimità dell’anca, si appoggia il piede della gamba in alto (se si è sul fianco sinistro, il piede destro, e viceversa) a terra e si esegue il massaggio con il foam-roller facendolo scorrere lungo l’esterno della coscia.

POSIZIONE 2

Esercizio con il foam roller per il quadricipite femorale:

I quadricipiti sono i muscoli delle cosce che tutti conoscono e che inevitabilmente si induriscono e fanno male dopo un allenamento intenso di corsa, in bicicletta o anche in palestra. Il rullo di schiuma è perfetto per massaggiare anche i muscoli anteriori della coscia: l’esercizio con il foam roller per il quadricipite delle gambe consiste nello sdraiarsi proni, a pancia in giù, e posizionare il rullo sotto una coscia per poi farlo scorrere dalla fine dell’anca ad appena prima dell’articolazione del ginocchio.

POSIZIONE 3

Esercizio con il foam roller per muscolo tibiale anteriore e peronieri:

Si tiene spesso poco conto di questi due gruppi muscolari localizzati nella porzione antero-laterale della gamba, che invece sono sempre spesso molto tesi, riducendo  talvolta, addirittura l’ampiezza del movimento della caviglia.

POSIZIONE 4

Esercizio con il foam roller per i polpacci:

I polpacci, cioè il soleo e i gemelli, gastrocnemio capo mediale e gastrocnemio Capo laterale, sono muscoli particolamente sollecitati in sport come running e ciclismo (tanto che per alleviarne il carico stanno prendendo sempre più piede le calze compressive) e massaggiarli con il foam roller può essere particolarmente utile in fase di recupero o attivazione. L’esercizio con il foam roller per i polpacci consiste nell’appoggiare il rullo di spugna sotto il polpaccio con la gamba distesa, distendere anche l’altra gamba a terra sul pavimento, e far scorrere i polpacci sul rullo partendo dalla caviglia e fermandosi prima dell’articolazione del ginocchio, e ruotando la gamba all’interno e all’esterno.

POSIZIONE 5

Esercizio con il foam roller per il bicipite femorale e i muscoli posteriori della coscia:

Il bicipite femorale e i muscoli posteriori della coscia risultano spesso indolenziti, doloranti o contratti in chi pratica corsa o bicicletta: oltre allo stretching a fine allenamento può essere utile un massaggio con il foam roller per i muscoli posteriori della coscia in cui si posiziona il rullo sotto una o entrambe le cosce, a seconda di come ci si sente più comodi, e poi lo si fa scorrere dai glutei fino a prima dell’articolazione delle ginocchia. Per avere più pressione si può eseguire l’esercizio su una gamba sola sovrapponendo l’altra e per massimizzare l’effetto del foam roller è bene ruotare la gamba all’interno e all’esterno.

POSIZIONE 6

Esercizio con il foam roller per il muscolo piriforme

Anche il piriforme è probabilmente un muscolo di cui si scopre l’esistenza solo nel momento in cui si entra nello studio di un fisioterapista con acuti dolori simili alla sciatalgia: il piriforme si trova in profondità nella regione del gluteo e, per via di diverse cause come eccesso di allenamento, errata postura di corsa o posizione sbagliata in bici o poca prevenzione e stretching, può arrivare a comprimere e irritare il nervo sciatico. Come prevenzione e per allungare e distendere questo muscolo c’è un esercizio con il foam roller per il piriforme: ci si siede a terra posizionando il rullo di schiuma sotto una natica (per esempio la destra) e accavallando l’altra gamba (quindi la sinistra) e poi si procede rotolando avanti e indietro controllando il livello di pressione.

Densità

La prima importante distinzione tra i vari foam roller ad oggi in commercio viene fatta in base alla densità, ovvero alla loro compattezza.

Molto spesso, la diversa densità viene associata a diversi colori standard: un foam roller di colore bianco, per esempio, è solitamente considerato morbido, ovvero realizzato con materiali che aiutano a risolvere problemi muscolari senza esercitare sul corpo una pressione troppo elevata. Questi foam rollers leggeri sono particolarmente indicati a tutti coloro che hanno subito traumi (come contratture, stiramenti o strappi muscolari) o che si avvicinano per la prima volta a questi utilissimi supporti per l’automassaggio; grazie alla loro densità contenuta, infatti, la forza che prodotta dal corpo sulla muscolatura contratta sarà minore e di conseguenza diminuirà anche il dolore prodotto dal suo impiego.

Una compattezza leggermente maggiore si trova invece nei foam roller colorati, per esempio gialli, rossi, blu oppure verdi. Questa tipologia di rullo è perfetta per coloro che non hanno particolari problemi, ma desiderano mantenere il sistema muscolare in perfetta efficienza. Destinati invece a chi ha già confidenza con accessori di questo tipo, i foam roller di colore nero sono quelli ad alta densità; questi ultimi sono progettati per gli sportivi che hanno già acquisito familiarità con i rulli automassaggianti e che cercano cilindri in grado di esercitare una pressione molto forte durante la fase di automassaggio.

Va comunque sottolineato che un rullo di schiuma a bassa densità si deforma più facilmente e ha dunque una minore durata nel tempo; idealmente, dunque, conviene optare per questa tipologia di cilindri se si è alle prime armi, per poi sostituirli con altri modelli a media densità (che hanno una durata molto più lunga) quando i primi si deterioreranno.

Caratteristiche della superficie esterna

Tra i diversi modelli di foam roller attualmente reperibili in commercio, ve ne sono alcuni che presentano una superficie esterna liscia e altri che invece sono caratterizzati da nodi, bolle e creste.

I modelli a superficie liscia permettono di esercitare una pressione costante e uniforme su tutta la lunghezza del cilindro, realizzando un massaggio più delicato; generalmente, questi articoli hanno un costo di acquisto inferiore rispetto ai rulli a superficie sagomata, studiati invece per riprodurre fedelmente gli effetti benefici delle dita di un massaggiatore durante tutto il trattamento. La presenza di nodosità e creste sulla superficie esterna del foam roller, dunque, è ideale per chi desidera effettuare un automassaggio più intenso e mirato a punti specifici del corpo.

NB per la realizzazione del mio video illustrativo e come foto dell’articolo utilizzo il foam roller Decathlon.

 

LA SINDORME DELLA BANDELLETTA ILEOTIBIALE

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La bandelletta ileotibiale è una fascio di tessuto tendineo che connette l’anca al ginocchio (parte laterale) e quando è troppo teso può letteralemente causare attriti e frizioni anomale, sia a livello dell’anca che a livello del ginocchio parte laterale (ossia a livello della sua inserzione prossimale o distale).

Questa sindrome è particolarmente diffusa tra i podisti, i ciclisti ed i calciatori, può insorgere per un sovraccarico o per allenamenti su terreni duri e irregolari. Alcuni fattori anatomici come il varismo di ginocchio e l’ipoestensibilità della catena muscolare posteriore, possono favorire l’insorgere della sindrome della bandelletta ileo-tibiale.

Questo può arrivare addirittura ad importi di smettere di allenarti.

SINTOMI:

1) A livello dell’ANCA:

Normalmente le persone quando vengono nel mio studio e mi dicono “ho male all’anca”, poi quando però vanno ad indicare il punto in cui gli fa male è a lato della loro coscia.
Quando le persone arrivano con la sindrome della bandelletta, la loro zona dolente solitamente è gonfia e rossa, calda al tocco, o addirittura sentono un click al movimento o un senso di sfregamento anomalo a lato del loro ginocchio, la frase che spesso usano dire è…”mi scatta l’anca!”.

La sensazione di scatto si verifica quando un muscolo o un tendine si muove sopra una sporgenza ossea nella vostra anca.

In alcuni casi, l’anca a scatto porta ad una infiammazione delle strutture esterne dell’anca (borsite trocanterica).
Questa è un doloroso gonfiore delle sacche piene di liquido (borse) la cui normale funzione è quella di attutire i movimenti dell’articolazione dell’anca.
La sede più comune dove si verifica questo problema è sul lato esterno dell’anca dove la bandelletta ileotibiale (detta anche Fascia Lata) passa sopra la porzione del femore nota come il grande trocantere.

Quando l’anca è diritta, la bandelletta ileotibiale è dietro il trocantere.
Quando l’anca ruota, la bandelletta passa sopra il trocantere in modo che sia di fronte ad esso.

La bandellatta ileotibiale è sempre tesa, come un elastico. Poiché il trocantere sporge leggermente, il movimento della bandelletta sopra di esso crea lo schiocco che si avverte quando si soffre di questo problema.
Gli scatti ripetuti della bandelletta ileotibiale sopra il trocantere possono portare alla borsite all’anca che è dolorosa.

La borsite è l’ispessimento e l’infiammazione della borsa, un sacco pieno di liquido che permette al muscolo di muoversi agevolmente sull’osso.
In rari casi, inoltre, il persistere degli scatti e quindi dei contatti ripetuti tra la bandelletta ileotibiale ed il grande trocantere può portare a lesioni e calcificazioni dolorose dei tendini glutei che si inseriscono proprio sul grande trocantere.

L’anca a scatto è spesso il risultato di un’aumentata tensione dei muscoli e dei tendini che circondano l’anca. Di conseguenza le persone che praticano sport e attività che richiedono il continuo piegamento a livello dell’anca come nel calcio, corsa o ciclismo, sono più propensi a soffrire di anca a scatto.

E’ molto doloroso ed il dolore aumenta con l’esecuzione dell’attività sportiva…quindi più corri, più fa male.

2) A livello del GINOCCHIO:

I sintomi principali consistono nel dolore laterale di ginocchio (acutizzato durante i movimenti di flesso-estensione) e, a volte anche gonfiore a livello dell’inserzione della bandelletta. La pratica sportiva è spesso resa impossibile dal dolore e dalla sensazione di rigidità che ad essa si accompagna.

TRATTAMENTO:

La prima cosa da fare quando è già presente lo stato infiammatorio è sospendere ogni tipo di attività ed allenamento, e nel frattempo praticare con costanza esercizi specifici riabilitativi quali:

rinforzo muscolare: soprattutto dedicato all’area posteriore (gambe, glutei) (Es: monster walk, runner’s lounges, squat su una sola gamba, apertura anca laterale con elastico tra le caviglie..)

stretching: https://youtu.be/SuyoB_roRn8
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automassaggio con foam roll (indispensabile per gli atleti)

trattamento specifico manuale e manipolativo da un professionista (osteopata o fisioterapista), fondamentale per sciogliere tensioni muscolari profonde, riallineare eventuali disallineamenti posturali di piede, ginocchio, anca, bacino + applicazione del kinesiotaping (per mantenere la tensione tendinea “in scarico”).

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RIDURRE L’INFIAMMAZIONE CON METODI NATURALI:

In aggiunta agli esercizi riabilitativi, ci sono un sacco di metodi olistici per ridurre l’infiammazione nel corpo:

– Omega3 olio di pesce (fantastico anti infiammatorio naturale per il corpo)
– Arnica o Artiglio del diavolo
– Usare ghiacchio due volte al giorno per 15 minuti localmente

…. ma se l’infiammazione è diventata davvero insopportabile da non migliorare nemmeno con tutti questi rimedi ed accorgimenti allora recati dal tuo medico e fatti prescivere degli anti infiammatori classici.

SPETTRO DI CURE:

Esistono tanti tipi di figure professionali, dal medico dello sport, al fisiatra, al fisioterapista, osteopata, preparatori atletici e biomeccanici (per i ciclisti), che possono aiutarti a ridurre al minimo i tuoi rischi di infortuni/complicazioi fisiche, aiutandoti a rimanere sano, in forma e con alte prestazioni!

TRATTAMENTO DEI TRIGGER POINTS: UN RIMEDIO CONTRO IL DOLORE

 

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Cosa sono i trigger point?

Il termine Trigger Point è stato coniato nel 1943 dalla dottoressa Janet Travell e si riferisce ai nodi muscolari che si formano creando dolori diffusi.

 

Trigger Point: campanello di allarme

Nella tradizione comune siamo soliti trattare il dolore muscolare a livello locale, agendo direttamente sul muscolo. Non è sbagliato l’approccio ma è incompleto. Ogni dolore è spesso la conseguenza di una serie di Trigger Point che si sono formati a livelli diversi dell’organismo. Non è importante dove si prova il dolore, piuttosto chi lo ha provocato. Si compie così una ricerca delle cause, non limitandosi a trattare il sintomo laddove si manifesta.

Il Trigger Point diventa così un campanello di allarme, una spia accesa nel nostro cruscotto che ci indica che qualcosa all’interno non sta funzionando come dovrebbe. Facciamo un esempio pratico. Una persona con tensione frequente alle spalle, può col tempo formare piccoli nodi nel tessuto muscolare, percepibili anche al tatto. La sensazione di rigidità è anch’essa un segnale. Il terapista che riscontra un Trigger Point in quella zona può agire per scioglierlo.

Spesso alcuni dolori imputati alla sciatica o alla cervicale non sono altro che la conseguenza di una serie di Trigger Point nelle fasce muscolari più o meno vicine.

 

Come si agisce sul Trigger Point?

L’approccio corretto e utilizzato è la terapia miofasciale, ovvero il lavoro di scioglimento dei nodi muscolari che sono all’origine del problema. Si compie prima una ricerca dei muscoli più deboli e si procede con la palpazione delle zone tese, anche in profondità, sotto lo strato di grasso superficiale.

Esistono differenti approcci (praticati da differenti figure professionali) per sciogliere i Trigger Point:

  • massaggiare in profondità la zona muscolare contratta;
  • effettuare una digitopressione spinta sul punto dolente fino a che il dolore non diminuisce,
  • effettuando lo stesso movimento più volte; si crea una contrazione del muscolo antagonista a quello contratto in modo da favorire il rilascio del muscolo dolente;
  • utilizzando strumenti fisioterapici appositamente creati per permettere all’operatore di penetrare in profondità nella fascia muscolare ed effettuare maggiore pressione;
  • utilizzare la laser terapia che, grazie alla fonte di calore, penetra nel tessuto sciogliendo pian piano i nodi muscolari che si sono creati
  • particare l’agopuntura su tali punti

Le aree possono variare per dimensioni, da più piccole a più grandi, e possono essere percepite sotto la superficie. Generalmente sono descritti come dei “noduli” e la sensazione descritta dalla persona è come un groviglio. Le dimensioni di un nodulo di trigger point sono rapportate in base a dimensione, forma e tipo di muscolo colpito.

La digitopressione del trigger point, solitamente evoca dolore. In alcuni casi il dolore emerge distante dal punto trigger coinvolto. Una caratteristica di molti trigger points è quella di causare dolore in aree localizzate ad una certa distanza dal punto stesso.

I trigger point miofasciali possono essere coinvolti in tutte due le tipologie di dolore: muscolare meccanico e muscolo-scheletrico. Esistono sia punti trigger attivi, che solitamente causano un dolore più acuto, sia trigger point latenti (o inattivi), che possono provocare un dolore più sordo. Generalmente, a partire da trigger point latenti, il dolore tende a cronicizzarsi.

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Un trattamento indolore?

Non proprio. La sensazione che si prova è quella contemporanea di dolore e liberazione, una strana percezione di sofferenza e benessere assieme. Volete sapere cosa esprime un paziente quando un terapista preme precisamente su un suo Trigger point?

– Ohhhhh

– Uahhhhhh

– Si quello è proprio il punto giusto! Aiaaaaaahhh…no un pò più giù aiahhhhh…si ecco proprio quello!

– Oh mio dio che male!

– Aiahhh che male ma che cos’è???

Ce ne sarebbero molte altre , ma queste sono le più significative!

DOLORE ALLA SPALLA, IMPINGEMENT: CAUSE, SINTOMI, RIMEDI

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La sindrome da impingement o conflitto subacromiale, è una sintomatologia che provoca dolore alla spalla e consiste nella compressione del tendine del muscolo sovraspinato durante il movimento di sollevamento del braccio e nella fase di ritorno alla posizione iniziale. La spalla, viene sostenuta dalla presenza di muscoli e tendini: il sovraspinoso, il sottospinato, il piccolo rotondo e il sottoscapolare. L’insieme di muscoli, tendini e struttura articolare è chiamata cuffia dei rotatori.

Ogni volta che l’arto superiore viene alzato oltre i 45° rispetto al tronco, si verifica un restringimento dello spazio fra la testa dell’omero e l’acromion, dove scorrono i tendini della cuffia dei rotatori. Quando questo avviene, si parla di sindrome da impingement che porta alla graduale degenerazione del tendine fino alla rottura e al conseguente inutilizzo del braccio. Il dolore aumenta progressivamente arrivando a compromettere i movimenti più semplici, addirittura insorgendo la notte, con il braccio a riposo.

ANATOMIA DELLA SPALLA:

La spalla è l’articolazione più complessa e più influenzabile di tutto il corpo umano: perché quest’articolazione è composta da 5 sotto-articolazioni che, attraverso il loro movimento estremamente coordinato, permettono il movimento nello spazio dell’arto superiore.

Infatti è possibile riconoscere alcune ossa importanti per la spalla che sono:

SPALLA

  • Scapola: questo osso piatto è posto dietro al torace e, se non fosse collegato con la clavicola, sarebbe sospeso ed in balia dei muscoli posteriori ed anteriori. Ha una forma triangolare e presenta alcune zone specifiche che risultano essenziali nel capire l’impingement della spalla. Nella parte posteriore la scapola infatti presenta prominente ossea chiamata spina la quale suddivide due fosse: la fossa del sovraspinoso e del sottospinoso (entrambi muscoli della cuffia dei rotatori). La spina si dirige verso l’alto e l’infuori arrivando anteriormente fino ad una prominente chiamato Acromion (parola che deriva dal greco akros che vuol dire “il più alto). La scapola quindi si articola con la clavicola proprio con l’acromion (formando l’articolazione acromion-claveare) e con l’omero attraverso la fossa glenoidea.
  • Clavicola: un osso lungo a forma di S allungata e permette il collegamento con lo scheletro assiale della scapola. Svolge un importante ruolo di guida nel movimento della spalla e spesso un alterazione di movimento delle sue articolazioni si ripercuotono a catena su tutta la spalla. Si articola inoltre con lo sterno formando l’articolazione sterno-claveare.
  • Omero: Un osso lungo dotato superiormente di una superficie “simil sferica” orientata verso l’alto, l’infuori e dentro formando un angolo di 135° rispetto all’asse verticale. Questo osso fondamentalmente rappresenta il raccordo di tutto l’arto superiore con lo scheletro, permettendo attraverso l’articolazione gleno-omerale la possibilità di muoversi nello spazio e alzare il braccio. Fornisce nelle sue tuberosità superiori l’ancoraggio per i muscoli della cuffia dei rotatori e per i muscoli che attivandosi, generano il movimento della spalla, soprattutto nei vari momenti di rotazione.
  • Sterno: osso posto al centro del petto e che fornisce l’ancoraggio anteriore delle coste e il cui manubrio, nella sua parte superiore, fornisce la struttura di supporto dell’articolazione sterno-clavicolare.

Dopo aver spiegato quali sono le ossa che sono coinvolte nel movimento è bene elencare anche quali articolazioni sono coinvolte nella spalla e che permettono il movimento:

SPALLA2

  • Articolazione gleno-omerale
  • Articolazione sterno-clavicolare
  • Articolazione Acromion clavicolare
  • Articolazione sottodeltoidea
  • Articolazione scapolo-toracica

Molto importante per capire il meccanismo e la cura per l’impingement della spalla è sicuramente quello della cuffia dei rotatori e del tendine del sovraspinoso: infatti questo muscolo nasce nella fossa sovraspinosa per dirigersi anteriormente verso il trochite e svolgendo una funzione molto importante nella meccanica dell’elevazione della spalla nello spazio, perché questo muscolo svolge sì un’azione di abduzione e flessione insieme al muscolo deltoide, ma soprattutto a livello biomeccanico svolge un azione di rotolamento della testa dell’omero a livello della superficie glenoidea mantenendo la congruità delle superfici articolari durante il movimento. Quest’azione è modulata dal cervello che quindi sa che l’obiettivo primario è l’evitare la lussazione (la spalla è l’articolazione più soggetta a lussazione di tutto il corpo) e quindi ha creato tutto un importante e coordinato sistema di azione muscolare affinchè questo si eviti e si possa muovere la spalla senza problemi.

CAUSE:

La causa principale della sindrome da impingement è lo squilibrio dei muscoli che sottendono ai movimenti della spalla. I soggetti più colpiti sono uomini e donne di età superiore ai 50 anni che svolgono lavori manuali e attività sportive che prevedono il sollevamento ripetuto del braccio durante il giorno. È proprio la ripetizione di determinati gesti lavorativi o atletici a provocare questo fenomeno.

Ci sono però anche altre cause che possono ridurre lo spazio acromiale e favorire la patologia:

  • avere un acromion uncinato o incurvato verso il basso che riduce lo spazio subacromiale in cui scorre il tendine del sovraspinato;
  • soffrire di tenosinovite o infiammazione ai tendini;
  • avere subito traumi;
  • soffrire di borsite alla spalla;
  • soffrire di artrosi;
  • avere la tendenza alla formazione di osteofiti.

SINTOMI:

I sintomi del conflitto subacromiale sono di diversa natura e variano a seconda della gravità della patologia. I casi di impingement possono essere di tre gradi:

  1. edema ed emorragia: quando i danni sono provocati da traumi o iperattività. Di solito ne soffrono gli sportivi di età inferiore ai 25 anni;
  2. borsiti e tendiniti: in questi casi a risentirne sono, in particolare, gli uomini dai 25 ai 40 anni;
  3. tendinosi gravi e lesioni dei tessuti tendinei: questo stadio elevato della malattia colpisce in particolare uomini e donne della fascia over 50.

In generale, è bene rivolgersi a uno specialista quando cominciano a comparire alcuni tra questi sintomi, più o meno intensi, premonitori della patologia:

  • dolore alla spalla e lungo il braccio;
  • limitazione dei movimenti e delle funzionalità dell’arto;
  • rigidità nell’esecuzione dei movimenti;
  • dolore notturno in situazione di riposo e sonno difficoltoso;
  • calore: non è raro trovare pazienti che percepiscono la spalla “calda”: questo nasce dalla reazione immunitaria presente sia a livello del liquido sinoviale sia perché c’è una sorta di attrito durante il movimento che genera calore.
  • atrofia muscolo-tendinea.
  • compensi e dolori in altri distretti: questo tipo di condizione, se non trattata adeguatamente in breve tempo, può portare ad una serie di compensi che, se non adeguatamente corretti, possono portare anche alla formazione di ulteriori dolori. Un esempio su tutti è il dolore al collo conseguente al dolore della spalla.

Anche nel caso in cui si accusino uno o più sintomi tra quelli elencati, per emettere una diagnosi certa di sindrome da impingement, è utile eseguire alcuni esami, quali il test di Neer, il test di Yocum e il test di Jobe. In seguito, potrà essere necessaria anche una risonanza magnetica, una TAC o un’ecografia al fine di valutare la gravità della situazione.

CURA:

La sindrome del conflitto subacromiale (o impingement della spalla) è una delle condizioni più frequenti tra gli specialisti di spalla.

In prima istanza il trattamento migliore per chi soffre di problemi alla spalla con tendiniti del muscolo sovraspinoso è quello conservativo attraverso terapia che può essere svolta nel seguente ordine:

  1. Di tipo antalgico: rivolta al dolore ed allo stato infiammatorio (e flogosi). Attraverso principalmente strumenti e macchinari, solitamente i più efficaci sono la tecar terapia ed il laser yag.Virna-35
  2. Approccio manuale: con mobilizzazioni dolci di tipo articolare, tecniche osteopatiche rieducative per riportare il distretto gleno-omerale a lavorare in maniera corretta (es: scollamento di scapola, stretching e sblocco del muscolo piccolo pettorale e gran dorsale…)
  3. Kinesiotaping: per permettere di mantenere il lavoro svolto durante la sessione riabilitativa e permettere una miglior gestione del dolore e della motilità.
  4. Esercizi di riequilibrio e rinforzo muscolare: da eseguire solo in ultima fase, ossia quando il forte dolore e l’infiammazione sono praticamente scomparsi ed è migliorata la mobilità articolare.

VEDI VIDEO GUIDATO: https://youtu.be/tK0DeAhEieE

CHIRURGIA:

Un altro tipo di approccio inoltre è quello chirurgico che viene fatto dal medico ortopedico e consiste nel cercare di aumentare lo spazio entro cui passa il tendine: questo viene eseguito o attraverso una tecnica di resezione o smussamento dell’Acromion (la cui tecnica è chiamata Acromion-plastica) accompagnato o meno da una resezione anche dalla borsa sierosa all’interno dello spazio subacromiale. Questo tipo di approccio chirurgico viene suggerito inoltre anche in quei casi in cui il tendine, ormai completamente logorato, si è sfibrato e staccato dalla sua inserzione sull’omero e, se questo non viene rinsaldato con degli specifici ancoraggi, rischia di compromettere la funzionalità della spalla. Questo tipo di approccio logicamente varia da caso a caso ma, in linea generale, viene suggerito da parte dei medici ortopedici di eseguire un primo approccio conservativo per poi passare, in caso di insuccesso, alla via chirurgica.

ALLUCE VALGO

 

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L’alluce valgo è una deformità della parte anteriore del piede conseguenza di una deviazione del primo dito (alluce) verso le altre dita del piede. Questo spostamento causa un tipico rigonfiamento laterale a livello della testa del primo metatarso. L’angolo tra il metatarso dell’alluce e quello del secondo dito si modifica progressivamente, con spostamento della base dell’alluce verso l’esterno. Nel corso degli anni si possono instaurare anche deformità delle altre dita e forti dolori al piede (metatarsalgie).

CAUSE

Chiunque può essere affetto da alluce valgo, ma solitamente è più comune nel sesso femminile. Il disturbo tende a comparire, con maggiore incidenza, in età matura o senile.

Le cause dell’alluce valgo possono essere:

Congenite: le persone che presentano alterazioni del piede presenti dalla nascita (esempio: piedi piatti) hanno più probabilità di sviluppare l’alluce valgo nell’età dell’accrescimento. Esisterebbero, inoltre, alcuni fattori predisponenti connessi ad un’anamnesi familiare positiva (ereditarietà), soprattutto nei casi di alluce valgo giovanile.

Acquisite o secondarie: per le forme rachitiche, traumatiche, infiammatorie ecc. la responsabilità può essere attribuita soprattutto a modelli di calzatura inadeguati alla fisiologia del piede, come ad esempio scarpe con punta stretta, troppo piccole o col tacco alto. Le scarpe che non si adattano adeguatamente costringono l’alluce in una posizione non naturale e non assecondano la corretta pronazione del piede. Anche alcune patologie, come l’artrite reumatoide e la gotta, possono essere responsabili dell’insorgenza dell’alluce valgo. Diverse altre condizioni rendono vulnerabili allo sviluppo del disturbo, come la lunghezza del primo metatarso, l’ipermobilità dell’articolazione metatarsale, il basso tono muscolare, alcune malattie neuromuscolari e del tessuto connettivo (come la sindrome di Marfan) o durante la gravidanza a seguito della produzione di un ormone (la relaxina) che contribuisce a rendere più elastici i tessuti ed i legamenti.

SINTOMI

La progressiva modificazione dell’angolazione dell’alluce può provocare diversi disturbi:

  • nelle forme iniziali si infiamma il 1° metatarso e si instaura un tipico rigonfiamento sul lato interno del piede, la cosiddetta “cipolla” (testa del metatarso), che può arrossarsi e gonfiarsi creando una borsite. Il paziente avverte dolore, soprattutto in seguito allo sfregamento con le scarpe, ma anche a riposo. A livello della protuberanza ossea sul bordo esterno del piede, la cute presenta arrossamento o ipercheratosi (ispessimento dello strato epiteliale della cute).
  • Nelle forme avanzate la deviazione dell’alluce diventa sempre più marcata e ne risentono anche le altre dita del piede. Dal calcagno e dalle teste di 1° e 5° metatarso il carico si trasferisce su 2°, 3° e 4° metatarso provocando dolore (metatarsalgie) e ulteriori deformità (dita a martello), con anche difficoltà a camminare (a causa del dolore).

 

POSSIBILI CONSEGUENZE POSTURALI:

A seguito dello stato doloroso e dell’infiammazione cronica locale, si possono creare degli squilibri di carico, soprattutto in fase di deambulazione (perché durante il passo l’alluce è sfruttato per spingere in avanti e bilanciare) e con il tempo il disturbo può evolvere in una vera e propria sindrome posturale creando:

  • Tendenza al ginocchio valgo, con dolore della faccetta rotulea interna del ginocchio;
  • Rigidità delle anche;
  • Accentuazione della curva lombare, associata a lombalgia cronica.

 

COME PREVENIRE o CONTENERE IL PROBLEMA?

Impacchi di ghiaccio: l’applicazione di un impacco di ghiaccio più volte al giorno sulla zona interessata può fornire sollievo dal dolore ed aiuta a ridurre l’infiammazione.

Indossa calzature adeguate:

La causa più frequente dallucevalgotacchiell’insorgere dell’alluce valgo è spesso l’utilizzo di calzature non adatte (scarpe a punta e con tacchi alti), perché quando il piede nudo è appoggiato al suolo il carico è diviso per il 55% sul tallone e per il 45% sulle dita; con un tacco di 2 cm il carico si equilibra al 50% tra tallone e dita, ma con un tacco di 9 cm il carico grava per l’80% sull’avampiede per il 20% sul tallone. E quando la calzatura con tacco alto ha anche la punta stretta, l’alluce e il 5° dito vengono spinti verso il centro del piede, cioè in una posizione «in valgo» per l’alluce. La scarpa migliore da indossare, quindi, deve riprendere la forma naturale dell’arco plantare, fornendo sostegno, protezione dagli urti e contenimento del piede (scarpa da ginnastica o mocassino).

Plantari: sono dispositivi collocati dentro le scarpe, che aiutano a riallineare le ossa del piede e per questo, è importante che si adattino correttamente. Il plantare consente di evitare un sovraccarico della parte anteriore del piede e aiuta a minimizzare la sintomatologia dolorosa. Sono disponibili anche distanziali per evitare l’attrito tra le dita, cuscinetti adesivi e speciali stecche per la correzione dell’articolazione e per raddrizzare l’allineamento dell’alluce.

Vedi link sui distanziatori: https://amzn.to/2AOmJIw; https://amzn.to/2QPPWYM

Ortesi su misura: in alcuni casi, possono essere consigliate ortesi personalizzate per supportare il piede e la caviglia.

Esegui esercizi attivi ogni giorno: vedi video illustrativo!

Trattamenti fisioterapici: possono contribuire a ridurre i sintomi, solitamente si eseguono terapie “antalgiche” contro il dolore e l’infiammazione (laser terapia o ultrasuoni).

POSTURA CORRETTA IN AUTO: PRINCIPI DI ERGONOMIA E COMFORT.

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Molti guidatori non assumono la giusta posizione durante la guida, cosa che può significativamente ridurre il loro livello di comfort e di controllo dell’auto. Una buona posizione di guida può infatti aiutare a prevenire gli incidenti, aumentare la sicurezza del conducente in caso di sinistro e migliorare il comfort di guida. Scopri qui di seguito come migliorare il tuo comfort alla guida!

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1. POSIZIONATI CORRETTAMENTE SUL SEDILE: assicurati di essere ben dritto e che il tuo fondoschiena e la schiena siano a 90° e completamente avvolti dal sedile. Questo ti aiuterà ad evitare problemi alla schiena e a mantenere gli occhi aperti durante un lungo viaggio.

2. REGOLA LA DISTANZA DEL SEDILE: il sedile dovrebbe sempre essere posizionato usando i pedali come riferimento. Premi a fondo il pedale del freno con il piede destro e fai la stessa cosa con il pedale della frizione. La distanza va regolata in modo tale che con i pedali completamente schiacciati, le tue ginocchia restino leggermente piegate (circa 120°). Se le ginocchia non sono abbastanza piegate, sei troppo lontano dal volante. Invece, se sono piegate quasi a 90°, sei troppo vicino. Un ginocchio troppo piegato, ad un angolo di circa 100°, non riesce a sostenere efficacemente il corpo e non permette una corretta circolazione del sangue.

3. REGOLA LO SCHIENALE DEL SEDILE: dovrebbe essere il più parallelo possibile allo sterzo. Non si può raggiungere una posizione perfetta perché tenendo lo schienale troppo dritto aumenteresti la pressione sulla parte bassa della colonna vertebrale, mettendo lo sterzo troppo in alto. Regolalo quindi a circa 95-110°.

4. REGOLA L’ALTEZZA DEL VOLANTE: se regolabile, dovrebbe essere regolata assieme all’altezza, in modo da avere il volante il più parallelo possibile allo schienale del sedile. Tenendo ben saldo il volante dovremmo avere i gomiti piegati a circa 120°. Dovrebbero esserci almeno 30 cm tra il centro del volante e il nostro sterno. In ogni caso questa distanza non deve superare i 45 cm.

5. REGOLA L’ALTEZZA DEL SEDILE: dovremmo essere in grado di vedere bene in avanti mentre riusciamo comunque a vedere la strumentazione e di avere una giusta altezza rispetto allo sterzo e ai pedali. Nella maggior parte delle auto, raggiungiamo questa posizione tenendo la testa a 5 dita di distanza dalla capote dell’auto. Nelle auto con una capote molto alta, regolati in modo che i tuoi occhi siano appena sopra il centro del parabrezza, senza che lo specchietto retrovisore ti ostruisca la visuale. Dopo aver cambiato l’altezza del sedile, ricontrolla la posizione dei piedi sui pedali per assicurarti che il cambio di altezza non l’abbia modificata.

6. REGOLA IL POGGIATESTA: porta il poggiatesta poco più in alto rispetto alle tue sopracciglia e il più vicino possibile alla testa (2-3 cm). Un poggiatesta più lontano di 7 cm aumenta il rischio di colpi di frusta. Tieni presente che mentre guidiamo la nostra testa si flette leggermente in avanti.

7. ULTERIORI ACCORTEZZE E SUPPORTI CHE PUOI UTILIZZARE:

  • Scendi dall’auto ogni ora e mezza di guida. Fai una pausa con una camminata ed un po’ di stretching nell’area di sosta. Ti aiuterà molto a prevenire dolori, contratture muscolari e stasi circolatoria date dalla staticità della posizione.

VEDI VIDEO DIMOSTRATIVO:

 

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Mal di schiena e male alle gambe sono i due disturbi più comuni di chi passa molte ore alla guida.

Una recente indagine Doxa* ha evidenziato che in una settimana ogni italiano passa almeno 4,6 ore al volante. Se poi si considera solo chi usa l’auto per andare al lavoro, il dato risulta ancora superiore, pari a 6,9 ore settimanali (che sono circa 1 ora e 20 minuti al giorno nei giorni feriali).

Quali possono essere le cause del mal di schiena?

Solitamente il problema principale è la sedentarietà associata ad una mancata prevenzione. E’ necessaria prima di tutto un’adeguata preparazione delle pareti addominali e paravertebrali, che sostengono come dovrebbero la colonna quando siamo obbligati a rimanere fermi in una postura anomala. In auto la colonna solitamente non è ben in estensione e quindi, il carico posturale non risulta ben compensato.

A lungo andare tutto questo può causare oltre che dolori tipicamente muscolari anche problemi ai dischi (i cuscinetti posti tra le vertebre con funzione ammortizzante) consumandoli. E come conseguenza posturale può anche capitare che dal male di schiena si passi al male al collo.

E le cause di male alle gambe?

Le gambe si trovano in una posizione coatta durante la guida e il movimento è sempre lo stesso, ripetitivo, questa stasi prolungata influisce in primis sul ritorno della circolazione ematica, rallentandola e causando stasi (i sintomi più comuni sono gonfiore, formicolii e crampi). Si mettono in atto, poi, alcuni meccanismi per cui certi nervi possono rimanere “intrappolati” a causa della posizione protratta, dando origine a sensazioni fastidiose che chiamiamo “disetesie” (irritazione nervosa che può esprimersi da un lieve formicolio ad un dolore invalidante).

Come puoi quindi prevenire tali disturbi?

  • Svolgi attività fisica regolare rapportata all’età
  • Svolgi esercizi specifici di rieducazione posturale mirati al rinforzo del tronco e addominali, sotto guida di un esperto.

VEDI VIDEO:

  • Se sei già in fase dolente contatta il tuo osteopata di fiducia (a volte non si può fare tutto da soli, serve un aiuto)
  • E’ fondamentale l’ergonomia in auto: tramite regolazione corretta del sedile e del volante.
  • Puoi aiutarti con supporti per migliorare la postura in auto come:

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*http://www.doxa.it

SPONDILOLISTESI: CAUSE, SINTOMI E RIMEDI

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La spondilolistesi è una patologia a carico della colonna lombare  oppure cervicale, che consiste in uno scivolamento anteriore di una vertebra rispetto alla vertebra superiore, a causa della rottura traumatica o congenita di uno o più istmi vertebrali.

La rottura di uno o più istmi vertebrali viene chiamata spondilolisi, e ciò comporta una spondilolistesi e ad essere colpite possono essere generalmente una delle cinque vertebre lombari, anche se tale patologia è maggiormente frequente tra le ultime quindi L3, L4, L5.

Come detto non è esclusa la possibilità che possano essere colpite le vertebre cervicali sopratutto C3,C4, C5, C6.

Lo scivolamento di una vertebra è una casualità che in molti soggetti risulta essere asintomatica, e spesso si scopre casualmente questo reperto facendo una lastra, magari per un altra patologia come per dolori alle anche con necessità di essere sottoposti ad intervento di protesi di anca. spondilolistesi-istmica

Generalmente lo scivolamento di una vertebra legato a questa patologia può avvenire in 3 direzioni (nei referti di una lastra rx si leggono spesso termini non facili da comprendere):

 

  • Scivolamento anteriore: si tratta della situazione più frequente e la direzione è chiamata tecnicamente Anterolistesi 
  • Scivolamento Posteriore: meno frequente, e consiste in uno scivolamento posteriore e prende il nome di Retrolistesi
  • Scivolamento laterale: Condizione rara, e consiste in uno scivolamento laterale (destra o sinistra) rispetto la vertebra soprastante e prende il nome di Laterolistesi

CAUSE:

  • Cause congenite: Rappresentano probabilmente l’80% dei casi. Il soggetto/a nasce con un istmo non unito, e man mano che si procede con l’avanzare dell’età, compaiono i sintomi, e si scopre dello scivolamento della vertebra
  • Cause Traumatiche: Molto spesso, in età giovanile si subiscono dei traumi (tuffi, cadute..sport) che non provocano dei lori tali da necessitare di ulteriori esami diagnostici, per cui ad un anamnesi, il paziente riferisce che tanti anni prima ha subito un trauma, ma in quel momento non ha avuto sintomi.  Talvolta invece un trauma importante determina un forte dolore e si scopre che vi è stata una frattura di uno o di entrambi gli istmi vertebrali. Anche alcuni lavori particolarmente gravosi per la colonna vertebrale possono determinare l’insorgenza della patologia…Basti pensare a chi è abituato a sollevare pesi come nei traslochi
  • Degenerazione dovuta all’età: In una piccola percentuale di persone anziane si può verificare una frattura con conseguente scivolamento, ma nella maggior parte dei casi, tale lesione è antecedente alla scoperta
  • Artrite Reumatoide: Malattia reumatica per eccellenza e casistica, può determinare un indebolimento delle strutture vertebrali
  • Tumori ossei: Evenienza rara, ma da non escludere sono certamente i tumori delle ossa sia primari, che metastasi
  • Chirurgia: Come esito di un altro intervento, magari di una vertebra adiacente, possono verificarsi delle condizioni tali che determinano una serie di forze tali da modificare la struttura di ossa e legamenti, tanto da determinare lo scivolamento classico della spondilolistesi.

SINTOMI:

sintomi della spondilolistesi e della spondilolisi possono essere variegati, oltre a modificarsi nel corso degli anni. Come accennato nei paragrafi sopra, circa l’80% dei pazienti affetti da questa patologia nasce con la non fusione degli istmi vertebrali, e scopre spesso in maniera fortuita di essere affetto da questa condizione patologica.

Da giovani, e in età puberale spesso accusano dei dolori lombari o dolori cervicali a intermittenza, sopratutto dopo attività fisica intensa. Col passare degli anni i dolori lombari o cervicali diventano sempre più frequenti con fasi dolorose molto più lunghe e intense tanto da richiedere la consulenza di un medico che a quel punto tramite una banale lastra Rx scoprirà la patologia.

Tra i sintomi gravi più frequenti troviamo:

  • Sciatica
  • Cervicobrachialgia
  • Dolorabilità localizzata
  • Dolore ai glutei
  • Dolore e debolezza alle gambe
  • Cruralgia
  • Tensione muscolare
  • Rigidità muscolare
  • Diminuzione del movimento lombare o cervicale
  • Crampi alle gambe

Spesso il paziente affetto da anterolistesi nota che il dolore aumenta durante l’estensione della colonna (aumento della spinta in avanti), e diminuisce con la flessione (Diminuzione della spinta in avanti).

CURA:

1) La prima cura per questa patologia è certamente l’astenersi da lavori e carichi pesanti che possono peggiorare la patologia, oltre a creare un sovraccarico importante sulla colonna lombare. Sono Assolutamente da evitare sport estremi che possano provocare dei traumi occasionali o ripetuti sulla colonna.

2) Se i dolori sono persistenti, frequenti, e con il passare del tempo aumentano come intensità, sarà opportuno un consulto medico e cercare di capire il motivo di un dolore alla colonna lombare o cervicale.

Molti pensano erroneamente che al giorno d’oggi con dei farmaci si possa curare tutto…Purtroppo non è così, e anzi, l’uso di antinfiammatori può essere molto pericoloso per i danni che possono procurare sopratutto se protratto l’uso nel tempo.

I farmaci vanno intesi esclusivamente nelle condizioni acute, per tenere sotto controllo il dolore,aiutando a “Sbloccare” la situazione e protratta per un periodo non superiore ad una settimana. Se i sintomi persistono, è bene affrontare il problema da un punto di vista fisioterapico.

3) In fase acuta può essere di aiuto il supporto di un piccolo corsetto o busto lombare che ha lo scopo di sostenere la muscolatura, sopratutto in alcune ore della giornata, oppure durante alcune faccende domestiche. Va inteso come un aiuto a “Rompere” la spirale del dolore, e allentare la contrattura muscolare dando un aiuto. Non va usato tutto il giorno, in quanto si potrebbe ottenere un effetto contrario con indebolimento della muscolatura che si abitua al corsetto. Nel caso in cui la struttura fisica del paziente sia normale, si può considerare l’acquisto di un corsetto come questo:

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4) Esercizi specifici molto mirati: VEDI VIDEO specifico per ANTEROLISTESI

 

 

EPICONDILITE: CAUSE, SINTOMI E RIMEDI.

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Epicondilite è il termine generico utilizzato per indicare una sindrome dolorosa che colpisce l’area del gomito.
A causa dell’alta incidenza nel tennis, l’epicondilite viene soprannominata anche “gomito del tennista”.
Consiste nell’infiammazione dolorosa dei tendini e/o dei muscoli estensori dell’avambraccio sull’epicondilo laterale (in prossimità dell’inserzione, definita anche tendinopatia inserzionale).

Viene provocata dal sovraccarico funzionale, ovvero da un uso eccessivo e continuato dell’articolazione.

Esiste una predisposizione individuale ma, in seguito ad atteggiamenti scorretti, chiunque potrebbe sviluppare un’epicondilite.

  • Gli sport più implicati sono: tennis, base ball, golf, scherma, badminton, squash, lancio del giavellotto o del disco ecc.
  • I lavori più interessati sono: idraulico, muratore, giardiniere, carpentiere, macellaio, cuoco, falegname, sarto, pittore, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.
  • Altre attività colpite sono: suonare, giardinaggio (potare le piante) ecc.

L’epicondilite riguarda soprattutto una fascia di età compresa tra 30 e 50 anni.
Inizialmente sintomatologica solo durante il movimento dei tendini infiammati, se grave l’epicondilite può peggiorare fino a determinare un quadro doloroso anche a riposo.

COME SI CURA UNA EPICONDILITE?

1) Generalmente questa patologia, è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( Al primo dolore, si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico).

2) Se persiste la sintomatologia dolorosa, va presa in esame il trattamento di fisioterapia (tecarterapia o laser) per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.

3) Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.

4) Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenete sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).

5) Si può provare a trattare la zona con impacchi serali di crema antinfiammatoria (Voltaren, dicloreum, ecc ecc o creme naturali come arnica). Si mette una quantità di crema senza massaggiarla, e ricoprendo la zona con pellicola trasparente per cibi, e si lascia tutta la notte. Il calore e la non traspirazione aumentano la porosità della pelle, che permette una penetrazione maggiore del farmaco. Non protrarre questa pratica per più di 1 settimana, e interrompere immediatamente in presenza di arrossamenti, o screpolature della pelle.

6) Durante la giornata, soprattutto lavorativa, è possibile migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. La funzionalità di questo tutore è estremamente utile e ti permette di eseguire i movimenti con molto meno dolore.

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7) Trattamento manuale specifico da parte di un professionista (osteopata o fisioterapista) ed esercizi di stretching specifico da eseguire ogni giorno (VEDI VIDEO):

8) Se nonostante tutto questo, ancora dopo mesi il dolore persistesse, si opta per procedere con infiltrazioni locali eseguite da parte del medico specialista.

QUANTO POSSIAMO “STRAPAZZARE” IL NOSTRO CORPO?

 

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FREDDO: alle basse temperature (-30, -40 °C) una parte del corpo umano può congelare anche in un minuto; se adeguatamente coperto, però, il corpo può sopportare fino a -80 °C (come succede in Antartide). La temperatura normale di un corpo è di 37 °C, se scende sotto i 28 °C la persona perde i sensi, se cala ulteriormente sopraggiunge la morte.

CALDO: all’estremo opposto, invece, un essere umano può sopravvivere anche a 70 °C (come in certi deserti), purché l’aria sia secca, ci sia vento e sia possibile bere acqua in quantità sufficiente a compensare i liquidi persi con la sudorazione.

FAME: un uomo normale (1,80 m per 80 Kg) e sano può resistere anche un mese senza toccare cibo.

SETE: se il clima è molto umido si può resistere senza bere anche per tre giorni, se è molto secco, meno di un giorno. Di norma si calcola di poter resistere senza danni due giorni; dopo insorgono problemi fisici e dopo 15 sopravviene la morte perché la disidratazione impedisce alle cellule di funzionare. Il record conosciuto di persona sopravvissuta senza bere è di 18 giorni: lo ha stabilito un austriaco dimenticato in cella.

PESO: la persona più pesante nella storia della medicina è stato Jon Brower Minnoch, alto 1,85 metri e arrivato a pesare 635 Kg.

LONGEVITA’: L’essere umano più longevo di cui siano state accertate con sicurezza sia la data di nascita che quella di morte, è stata la signora Jeanne Louise Calmet (123 anni).

VELOCITA’: la velocità più alta raggiunta da un uomo è di 39.897 Km/h. Il primato appartiene all’equipaggio dell’Apollo 10 durante il rientro verso la Terra nel maggio 1969.